scontro-incontro-scontro-incontro

Ricevo e pubblico:


Giovedì 9 agosto, come ogni mattina, scendo dal regionale Alessandria-Torino Lingotto bicimunito, e mi metto a pedalare sulla ciclabile di Via Filadelfia, per recarmi a lavoro, sempre in bici, come faccio da 10 anni a questa parte. All’altezza dello Stadio Olimpico, un signore in divisa da corridore corre sulla pista ciclabile. Io suono il campanello, lui si sposta un po’, e mi fa passare. Come sempre faccio, quando capita una situazione del genere, una volta sorpassatolo, indico con il dito verso destra il marciapiede, due volte più largo della (rara e piccola) pista ciclabile, ben segnalata ed indicata e non promiscua.

Dietro di me sento una frase che a memoria poteva essere “Si, si, bravo, vai va”, o poco differente. Girandomi dico, segnalando con la mano “questa è la pista ciclabile, quello accanto è il marciapiede”! A quel punto in risposta sento: “Prima un tuo collega ciclista mi ha quasi investito e poi i pedoni possono camminare qui!”. Cito a memoria, le frasi scambiate erano sicuramente più condite e nervose, ma non riesco a ricordare precisamente lo scambio di ogni battuta; non voglio neanche inventare e ricostruire cose errate da ambo le parti.

A tal punto dico al corridore: “Guardi che i simboli per terra parlano chiaro, vede? Da una parte le bici, dall’altra, la più larga, i pedoni, e per pedoni si include anche i pedoni corridori”! A tal punto l’atleta in questione mi ha rivolto una frase delle tante che con poca originalità viene detta di solito in queste situazioni (questo forum ne é pieno). E io, pedalandogli accanto, gli pongo una domanda. L’unica domanda che faccio sempre quando mi trovo in queste situazioni. Una domanda (e qui esprimo il mio giudizio, uscendo dal racconto oggettivo) che ritengo essere di “educazione civica”: “Mi scusi, posso chiederle per quale ragione sta occupando una delle rare piste ciclabili di questa città, quando accanto c’è un marciapiede largo il doppio?”. La sua risposta: “Perchè ho voglia di rompere i c******i a quelli come te, tutto qui!”.  “Non ho parole”, dico io, “mi stupisce davvero l’intelligenza che dimostra con questa frase”. Lui condisce con frasi di rito tipo “Vai, vai, si, si, bravo, pedala” Superandolo, gli dico: “Lo sai che non siamo più nel Medioevo? Lo sai che questa storia finisce online? Fai un bel sorriso?”  Mentre dicevo questa cosa, ormai ad una dozzina di metri da lui, ho tirato fuori il cellulare per fotografarlo. Ma non sono riuscito a scattare la foto, purtroppo.

Fin qua, direte, può essere una storia delle tante. Ma adesso arriva il bello.. Finito di dire “sorriso”, il corridore scatta verso di me, coprendo in pochi secondi i metri che ci separavano, mi spintona, mi prende per la tracolla della borsa, rompendomela (era un regalo, una borsa Vaho, di cui vengono fatti pezzi unici, costata 60€+spese di spedizione dalla Spagna), e soprattutto si avvinghia verso il mio telefono (che costa 10 volte tanto la borsa), cercando di strapparmelo di mano, e lasciandomi quattro bei graffi su un avambraccio, il tutto mentre avevo la bici fra le gambe, che naturalmente cade. “Non puoi fotografare!”, dice lui, “non puoi andare in giro a fotografare la gente!”. Io gli rispondo: “ma che cosa stai dicendo? Mica siamo in un museo, siamo in un luogo pubblico, ci mancherebbe ancora che non posso fotografare, anche solo una persona a distanza di 10 metri! Ma poi come ti permetti di dire cosa non posso fare! Semmai che ne pensi se ti dicessi che non puoi andare in giro ad aggredire le persone, tentando di danneggiare i loro averi e loro stesse, rischiando che cadendo dalla bicicletta si facciano male sul serio?”. Tempo di finire la domanda, aveva già ripreso a correre, allontanandosi di qualche metro. Alché gli dico: “Lo sai cosa fanno anche i telefoni? Telefonano ai Carabinieri!”. Ed è quello che ho fatto, dichiarando l’aggressione e richiedendo l’arrivo di una pattuglia. Mi chiedono un recapito e la posizione.

Intano il corridore si allontana di qualche metro, io a passo tranquillo lo raggiungo in bici, e gli sto accanto, mentre lo vedo un po’ agitato dal fiato lungo. Ci scambiamo qualche frecciata di rito, io gli dico che ho chiamato i Carabinieri e che presto ci avrebbero raggiunti, e lo avrei denunciato per aggressione. Lui si mette a correre un po’ senza una meta, ma quando capisce che non lo mollo, decide di fermarsi.

Tra le varie battute scambiateci, ne ricordo due, che possono essere emblematiche. Lui: “Voi ciclisti siete pericolosi! Andate sui marciapiedi e contromano, e tutte le volte uno deve stare attento al volante perché sbucate da tutte le parti!”. Io: “Quando un ciclista sbaglia manovra, muore. Quando è un automobilista a sbagliare manovra, uccide! Io ti ho chiesto per quale ragione occupi la ciclabile, non rispettando i diritti di chi sceglie (con sacrificio) di andare in bici, un mezzo di trasporto che tra i tanti vantaggi rispetta il tuo diritto a respirare aria meno inquinata, a non vivere in un mondo fatto di guerre petrolifere e a ridurre il riscaldamento globale, giorno dopo giorno una goccia dietro l’altra nella speranza di fare un mare. Ed infine, sceglie di non occupare con una sola auto lo spazio di 20 biciclette!”. Ad un certo punto, la discussione si distende, e tocca altri argomenti, lui mi propone di ripagarmi la borsa danneggiata. Nel frattempo mi arriva una chiamata dai Carabinieri, ai quali decido di annullare la segnalazione di soccorso. Così, tra momenti di tensione e di distensione, “ognuno conosce il suo nemico”. Il corridore ad un certo punto mi dice una cosa che mi stupisce, dopo 10 anni di bicicletta urbana: “Ti chiedo scusa per la reazione che ho avuto, non so cosa mi è preso. Sará il caldo, lo stress, la stanchezza. Sono un medico, non è proprio nella mia persona una cosa del genere. Hai le mie scuse”. Da questo nasce una chiacchierata in cui scopro chi ho veramente davanti, ci confrontiamo su differenti visioni sia del mezzo di trasporto, sia della vita in generale, e nonostante qualche frecciata qua e là, il diverbio diventa un dialogo.

Dopo  aver fatto tappa a casa sua per prendere il bancomat, ad una banca (chiusa) e ad un’altra banca finalmente aperta, saremo stati una quarantina di minuti fianco a fianco, fino ad un ultimo attrito, quando mi rimborsa del danno, pagandolo il doppio di quanto avevo chiesto, senza voler avere i soldi indietro. Mi dice: “certo che è un bel modo per farsi i soldi!”. Alché rispondo: “Mmm, pensi che sia proprio necessario lasciarsi andare ad una considerazione del genere? Vuoi che torniamo sui nostri intenti di mediazione pacifica e ragionevole, richiamando i carabinieri, e andando per scontri all’ultimo sangue tra avvocati e tribunali come due bambini litigiosi che vanno dalla maestra? Posso capire il tuo stato d’animo, addirittura capire il tuo scatto d’ira (seppur non lo giustifico), ma apprezzo la ragionevolezza che hai dimostrato sinora, vuoi buttare via tutto per farmi una provocazione gratuita fuori tempo massimo?”. “Io non ti ho aggredito”, mi dice, “sei tu che sei arrivato contro di me in bici a folle velocità, mi hai fatto cadere e la borsa te la sei rotta da solo, e le ferite al braccio ce le avevi già. Sarebbe la tua parola contro la mia”. Cominciavo a vedere tutti gli sforzi di mediazione precedenti vanificarsi parola dopo parola, quindi sto al gioco e gli dico: “Vedi.. prima ti sei dipinto come un luminare della medicina, una laurea e svariate specializzazioni, un cittadino modello che paga le tasse e che non ha nel DNA atti come un’aggressione. Butti via tutto perché sei costretto a mentire pur di affrontare le tue responsabilità? E poi.. Questi discorsi “la tua parola contro la mia” sono come dire, un po’ vintage, anni ’80. È un concetto che è controproducente in un’epoca fatta di youtube, smartphone, cloud computing e così via. Molti ciclisti scrupolosi girano con attaccata al casco una telecamera. Se ti avessi ripreso prima? O se ti avessi registrato ora? Non sarebbe la tua parola contro la mia, ma la tua menzogna contro la verità di una ripresa video, e se per un’aggressione al massimo rischi una sanzione, per aver dichiarato il falso ad un ufficiale di polizia, le cose si farebbero più serie. Siamo ridotti a questo? Che ne é dei nostri intenti di mediazione e reciproca comprensione?”.

Sembra incredibile ma la chiave del nostro incontro (perché è stato un incontro prima di uno scontro) è stata la reciproca apertura graduale, il confronto e soprattutto il fatto che entrambi avessimo deciso di investire del tempo della nostra giornata per rimettere la ragionevolezza dove prima c’era solo irrazionalità. Sarà forse dovuto al fatto che non eravamo dentro due scafandri di lamiera e vetro che sfrecciano, ma eravamo “utenti deboli”, e lenti, della strada. Tanto che anche dopo che il corridore mi ha rimborsato, siamo rimasti a parlare un po’, finendo la chiacchierata scambiandoci un augurio di buona giornata e, in battuta conclusiva, mi sento dire: “va a finire poi che diventiamo amici, dovessimo reincontrarci”. Ciliegina sulla torta: gli chiedo il permesso di pubblicare (anonimamente) questa storia online, e mi dice: “Nessun problema, se vuoi mettere anche mio nome e cognome mi va bene lo stesso”. Cosa che non voglio fare, perchè mi piacerebbe pensare che chiunque può essere il nostro corridore, o sforzarsi di seguire la sua evoluzione nella giungla urbana. Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere.

Luca L

Pubblicato su piste intasate
3 comments on “scontro-incontro-scontro-incontro
  1. Mariano scrive:

    è una storia davvero bella, capita spesso che le reazioni istantanee siano poco opportune, a volte però è possibile “medicare”

  2. Nervoz scrive:

    Una storia bella davvero.

  3. Andrò controcorrente: l’unico modo che ha gente del genere per imparare la lezione è beccasi la querela.

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